Archivi del mese marzo, 2012

Primi segni di scollamento

L’estrema debolezza e dipendenza dei settori industriali e agricoli sono, tuttavia, solo i sintomi più appariscenti della mancanza di autonomia dell’intero apparato economico-sociale, che non riesce più a esprimere le vocazioni e le tendenze originarie della Sicilia e che manifesta in modo sempre più vistoso una divaricazione profonda fra i caratteri dello sviluppo e i bisogni della popolazione (specie di quei settori che, a seguito di processi di industrializzazione forzata degli anni sessanta e del massiccio boom dell’edilizia, hanno dato vita a quel fenomeno di sovra urbanizzazione tipico delle città meridionali). Già alla fine degli anni sessanta cominciano a manifestarsi i primi segni di scollamento e i prodromi dei fenomeni che più vistosamente si manifesteranno agli inizi degli anni ottanta. La crisi edilizia e una legislazione restrittiva (legge ponte) arrestano lo sviluppo del settore con effetti su tutto l’apparato economico sociale; cresce i l flusso della spesa pubblica sotto forma di pensioni, assistenza spicciola (trasferimento alle famiglie) e si allarga la domanda di sussidi e di piccoli favori; ha inizio, infine, i l progressivo collasso degli enti locali (crisi finanziaria e di strutture amministrative).

Nella vita dei grandi centri urbani dell’isola si determinano poi spostamenti di orientamento e rapidi mutamenti nella collocazione e nelle gerarchie sociali. I risultati elettorali del 1971 (e i precedenti focolai e moti che avevano percorso il meridione) portano alla ribalta il problema dei ceti medi. Il dibattito su questo tema prende spunto da alcuni avvenimenti che avevano caratterizzato il Mezzogiorno, e all’interno di esso, pur prospettandosi il problema in termini nazionali, ciò che viene messa sotto accusa è la società meridionale e i l rapporto tra classe politica locale e ceti medi (basta ricordare Sylos Labini), tra erogazione pubblica e sistema parassitario e improduttivo. In realtà, a entrare in crisi è tutta un’ipotesi di sviluppo. G l i elementi forti del blocco, i l quadro di riferimento che in qualche modo

aveva tenuto insieme i vari pezzi della società meridionale, vengono messi in discussione e si avviano allo stesso tempo processi di riorganizzazione. Processi che possono essere cosi sintetizzati:

a) le grandi finanziarie private, create dalla borghesia locale sull’onda della speculazione edilizia e delle opere pubbliche della Cassa, non riescono a intervenire in altri settori per assenza di diversificazioni produttive e prendono la via dell’estero o si rivolgono alla costituzione di un sistema di banche private cercando per questa via un diverso rapporto con i circuiti finanziari nazionali;

b) una buona parte di aziende agricole contadine subisce un processo di emarginazione, allineandosi sempre più su condizioni di economia di sussistenza; c) la media e piccola impresa tradizionale legata alla produzione di beni di consumo (abbigliamento, mobili, calzature, ecc.) è sempre più esposta alla concorrenza estera, sempre più costretta a ripiegare sui mercati locali, e a fare i conti con i grandi gruppi che controllano la commercializzazione

dei prodotti e l’erogazione del credito (che registra costi crescenti e sempre più elevati di quelli medi nazionali);

d) i grandi gruppi, le Partecipazioni statali, tendono sempre più a ridimensionare la propria presenza e la crisi dei poli raggiunge punti di acutezza senza precedenti.

Lo svuotamento delle potestà legislative

Come del resto risultò evidente quando, allontanatisi i comunisti dalla maggioranza, il centro-sinistra fu in grado di riproporre lo stesso governo, gli stessi uomini e lo stesso programma (inapplicato prima e dopo) attraverso la più breve crisi della storia dell’autonomia (otto giorni).  Nessuno dice che bisogna ricercare sempre e comunque una difformità tra le soluzioni politiche nazionali e quelle regionali. Qui si vuole solo sottolineare che le soluzioni imposte attraverso un pantografo politico alle istituzioni locali in genere, e a quella siciliana in particolare, contribuiscono a creare condizioni di distacco delle istituzioni dalla realtà economica, sociale e politica.

In questo clima politico di omologazione si sono sviluppati processi di svuotamento delle potestà legislative della regione. Voglio segnalare almeno tre di questi processi. Il primo e forse il più grave deriva dal modo in cui è stata concepita e attuata l’integrazione del nostro paese nella Cee.

Tanto pili si crede nella necessità di una Europa unita per i l progresso e la pace, tanto pili si ha i l dovere di criticare e lottare contro ogni forma di strumentalizzazione e deviazione delle istituzioni comunitarie per fini particolaristici che possono compromettere non solo interessi economici e sociali e conquiste democratiche del popolo siciliano (e italiano), ma lo stesso sviluppo — anche per questo motivo oggi cosi incerto — del processo di integrazione europea. Strumentalizzazioni e deviazioni che risultano evidenti in particolare per i l modo in cui sono state applicate in Italia (e va sottolineato in Italia perché di fatto negli altri paesi l’applicazione delle stesse norme avviene in modo differenziato) le norme del trattato di Roma riguardanti la politica agricola comune e la politica di concorrenza. Sulla base della legge nazionale di recepimento delle direttive comunitarie di mansholtiana memoria è stata riconosciuta alla commissione esecutiva della Cee (per tutti gli altri paesi della comunità la Cee si guarda bene dall’esercitare con lo stesso rigore poteri analoghi) i l diritto di valutare la conformità ai principi di queste direttive cosiddette strutturali non solo delle norme relative a leggi che utilizzano parzialmente finanziamenti comunitari, ma anche le norme relative a leggi che utilizzano finanziamenti nazionali o regionali.

Il problema non riguarda solo la Sicilia ma ovviamente tutte le regioni e persino la legislazione dello Stato. In Sicilia è più grave perché viene a ferire un potere più ampio costituzionalmente garantito e largamente esercitato. Oggi, un semplice telex firmato da un semplice funzionario della Cee (e non da un membro della commissione) può bloccare per mesi e per anni provvedimenti legislativi di interesse generale o particolare approvati da quella stessa assemblea che poté approvare la legge di riforma agraria con i l limite della proprietà privata con i l solo controllo della Corte costituzionale.

Questo intervento preventivo e successivo di un organo esecutivo e burocratico sul potere legislativo, questo intervento del tutto sconosciuto in uno Stato di diritto e comunque estraneo allo spirito e alla lettera della costituzione e dello statuto siciliano risponde a esigenze del processo di integrazione comunitaria? Costituisce invece una metastasi di collegamento tra le degenerazioni del sottogoverno proprie e degli assessorati della regione siciliana e del ministero dell’agricoltura con gli ambienti della commissione Cee?

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